Un'analisi del commento di Raffaele Gaito e il punto di vista di Media Engineering
Quando il Vaticano ha pubblicato la Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV, quasi tutti i titoli dei giornali hanno detto più o meno la stessa cosa: “il Papa vuole disarmare l’AI”. Una semplificazione che, secondo molti osservatori del settore tech, ha completamente mancato il punto.
Tra questi, Raffaele Gaito, imprenditore, investitore e divulgatore digitale tra i più seguiti in Italia — ha dedicato un video al documento definendolo “incredibile”, “storico” e “estremamente sul pezzo”. Un giudizio inaspettato, e deliberatamente laico.
Vale la pena capire perché.
Il video di Raffaele Gaito
Gaito analizza la Magnifica Humanitas con un approccio pratico e non confessionale, concentrandosi sulle implicazioni per il mondo del business e della tecnologia.
I sei punti che Gaito mette in luce
1. I giornali non l’hanno letta
Gaito è diretto: la maggior parte dei media ha titolato senza leggere. L’enciclica non è un documento contro la tecnologia. È, al contrario, pro-tecnologia e pro-progresso — con una condizione: che il progresso sia guidato dal discernimento, non dall’ottimizzazione cieca.
2. Il problema non è l’AI. È chi la controlla.
Uno dei passaggi più densi del documento riguarda la concentrazione del potere nelle mani di poche aziende transnazionali — quelle della Silicon Valley — che dispongono oggi di risorse superiori a molti Stati e governano l’innovazione senza alcun mandato democratico.
L’enciclica colpisce in modo diretto la narrazione di certi CEO tech che promettono di “aggiustare” l’umanità o di liberarla dalla fragilità attraverso la tecnica. Gaito definisce queste promesse per quello che sono: ingannevoli.
3. Non si delega ciò che richiede compassione
Il punto più concreto, e forse il più importante per chi lavora in azienda: non si possono delegare alle macchine le decisioni che toccano diritti, reputazione e libertà delle persone.
Assunzioni, mutui, priorità mediche, accesso ai servizi. Un algoritmo non ha compassione, non ha responsabilità politica, non può essere chiamato a rispondere. Affidargli il potere decisionale significa nascondere lo “scarto dei deboli” dietro una falsa neutralità oggettiva. La responsabilità non scompare — si maschera.
4. Algoritmi, dati e brevetti come beni comuni
Gaito condivide la tesi del documento sulla necessità di trattare algoritmi, dati e brevetti come beni universalmente destinati a tutti — non come asset privati da monetizzare senza limiti. Il rischio concreto, già visibile, è un nuovo divario tra inclusi ed esclusi: non più basato sul reddito, ma sull’accesso alle infrastrutture cognitive.
5. “Disarmare l’AI” non significa smontarla
Questo è il punto più frainteso, e quello su cui Gaito insiste di più. Disarmare l’AI non significa fermare lo sviluppo tecnologico. Significa tre cose precise:
- Sottrarla alla logica della competizione armata — militare, economica, cognitiva
- Rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare
- Renderla discutibile, contestabile e quindi abitabile — impedendole di dominare invece di servire
6. L’etica non basta se la decidono le aziende
Gaito apprezza il pragmatismo del documento su un punto che chi lavora nel settore conosce bene: non è sufficiente invocare l’etica o l’“allineamento” se questi valori vengono definiti in autonomia dalle stesse aziende che sviluppano i modelli. Serve una politica presente, capace di rallentare i processi abbastanza da permettere alle comunità di partecipare alle scelte.
Il punto di vista di Media Engineering
Noi costruiamo sistemi AI per aziende da anni. E alcune delle domande che l’enciclica pone — chi decide, chi risponde, chi viene escluso — le sentiamo ogni settimana nelle conversazioni con i nostri clienti.
Non da una prospettiva religiosa. Da una prospettiva pratica.
Chi decide quando l’AI sbaglia? Quando un sistema automatizzato nega un accesso, suggerisce una priorità, seleziona un candidato — qualcuno deve rispondere. Il punto non è se l’AI possa farlo meglio di un umano in termini di efficienza. Il punto è che la responsabilità non può evaporare nel modello.
La sovranità del dato non è un optional. Uno dei temi più discussi all’AI Week 2026 — e uno su cui lavoriamo attivamente — è esattamente questo: costruire sistemi AI che girino sull’infrastruttura del cliente, senza che i dati escano dal perimetro aziendale. Non è solo una questione di compliance. È una questione di chi possiede la conoscenza generata.
L’AI deve essere contestabile. Questa è la frase dell’enciclica che più risuona con il nostro lavoro quotidiano. Costruire sistemi spiegabili, auditabili, modificabili non è un costo — è una condizione per poterli usare in contesti ad alta responsabilità: salute, formazione, selezione, credito.
Non siamo d’accordo su tutto quello che dice il documento — e non è necessario esserlo. Ma su questo: che l’AI debba essere uno strumento al servizio delle persone, non un’entità autonoma che decide al loro posto, non c’è molto da discutere.



